Il
legno duro: un nuovo cancerogeno
a cura di
Maddalena Mazzi - Sezione Veneta A.N.M.A.
Il 25 febbraio dello
scorso anno (2000 n.d.r.) è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale
il Decreto Legislativo n.66, che ha apportato delle modifiche al TITOLO
VII del Decreto Legislativo n.626/94.
In particolare
nell'allegato VIII del D.Lgs. 626/94, che elenca sostanze, preparati e
processi che espongono ad agenti cancerogeni è stato aggiunto:
il lavoro comportante
l'esposizione a polveri
di legno duro.
Per la classificazione
dei legni duri, il Decreto dice di fare riferimento alla lista di
hardwoods e di softwoods presente nella Monografia IARC n.62 del 1995
(tabella 1).
Già nel 1987 l'Agenzia
Internazionale di Ricerca sul Cancro [11] dichiarava che vi era
sufficiente evidenza di cancerogenicità per le mansioni di costruttore
di mobili (cabinet and furniture-making), mentre l'evidenza era limitata
per mansioni di carpenteria e falegnameria (carpentry and joinery).
In seguito, nel 1995, la
IARC [10] ha rivisitato gli studi sull'argomento e ha definito le
polveri di legno cancerogene per l'uomo, collocandole nel gruppo 1 della
sua classificazione. Questa affermazione è seguita da due note: la
prima specifica che questa valutazione è basata sull'osservazione di un
marcato aumento dell'occorrenza di tumori dei seni nasali e paranasali
nei lavoratori esposti a polveri di legno duro; la seconda precisa che
non ci sono tuttavia evidenze di cancerogenicità nell'animale da
esperimento. L'evidenza di cancerogenicità è dunque solo
epidemiologica e non è presente un animale da esperimento sul quale
poter studiare l'agente eziologico e il meccanismo patogenetico di
sviluppo del tumore nasale. L'associazione tra polveri di legno e altri
tipi di tumore non è chiara e la commissione che ha analizzato gli
studi fatti dichiara che non si possono imputare al legno i tumori a
carico di apparato linfatico ed emopoietico, tratto gastrointestinale,
cute e apparato respiratorio (escluse le cavità nasali).
Il Decreto Legislativo
66/00 impone inoltre un valore limite di esposizione professionale a
polveri di legno duro, citato nell'allegato VIII bis: polveri
di legno duro: 5 mg/mc.
Viene anche precisato che
il valore limite deve essere considerato come un TLV/TWA, ossia come un
valore rappresentativo dell'esposizione media nelle 8 ore di una
giornata lavorativa. Il legislatore spiega che le polveri in questione
devono essere ricercate nella frazione inalabile, e, se le polveri di
legno duro sono mescolate a polveri di altri tipi di legno, il limite va
applicato a tutte le polveri della miscela in questione. A questo punto
sarebbe opportuna una discussione sulla modalità di campionamento, e
l'interpretazione dei dati di igiene industriale e il loro confronto con
un valore standard o un TLV, che riguarda non solo le polveri di legno,
ma tutte le sostanze aerodisperse.
l soggetti a rischio
sono, secondo il legislatore, tutti i lavoratori esposti a polveri di
legno duro o misto, compresi coloro che lavorano legno duro in minima
quantità. Ci si potrebbe chiedere se è possibile fissare un
quantitativo di legno duro lavorato come limite per considerare
cancerogena la lavorazione, oppure se è meglio definire comunque una
mansione rischiosa anche se il quantitativo del legno in questione è
irrisorio.
Di fronte al legno duro
il datore di lavoro, il medico competente e il lavoratore stesso hanno
determinati obblighi, sanciti dal D.Lgs. 626/94.
In particolare il datore
di lavoro deve applicare il principio della minimizzazione del rischio
se ciò è tecnicamente possibile, evitando o riducendo l'utilizzazione
del cancerogeno (è opportuno precisare che nella direttiva europea,
recepita dal D.Lgs. 66/00, sottolinea la volontà di salvaguardare la
salute dei lavoratori e non tanto la
volontà di eliminare il legno duro come materia prima da lavorare),
oppure provvedendo affinchè l'utilizzazione del cancerogeno avvenga in
ciclo chiuso, oppure provvedendo affinchè il livello di esposizione sia
ridotto al più basso valore possibile (art. 62 D.Lgs. 626/94). E'
sempre obbligo del datore di lavoro effettuare la valutazione del
rischio di esposizione al cancerogeno e metterla per iscritto nel
documento stesso, in cui verranno precisate le attività che ne
comportano l'esposizione, i quantitativi di cancerogeno utilizzati, il
numero di lavoratori esposti e il grado di esposizione stessa, le misure
preventive e protettive applicate e i DPI utilizzati. Tale
valutazione va effettuata ogni tre anni e ogni qualvolta vengano
apportate modifiche significative al ciclo produttivo (art. 63 D.Lgs.
626/94).
Sempre a carico del
datore di lavoro è l'attuazione di misure tecniche, organizzative e
procedurali per tenere sotto controllo l'esposizione (art. 64 D.Lgs.
626/94), e la formazione e informazione dei lavoratori (art. 66 D.Lgs.
626/94).
Il medico competente deve
tenere per il datore il registro di esposizione e istituire una cartella
sanitaria e di rischio per ciascun lavoratore esposto (art.6, D.Lgs
66/00).
L'art. 12 del D.Lgs.
66/00 dà dei tempi per quanto riguarda il dovere di minimizzazione del
rischio e di istituzione del registro di esposizione e delle cartelle
sanitarie e di rischio che devono essere attuati entro il 31 dicembre
2001. Si deduce dunque che la valutazione del rischio, la formazione e
informazione dei lavoratori e la sorveglianza sanitaria debbano essere
già stati attuati a partire dal momento della pubblicazione del
decreto.
Per quanto riguarda la
valutazione del rischio di esposizione a polveri di legno duro, la legge
parla solamente della necessità di misurare la polverosità, ma non
suggerisce nessuna metodologia di campionamento. Infatti il D.Lgs. 66/00
dice soltanto che la polvere in questione fa parte della frazione
inalabile e che il campionamento deve essere rappresentativo
dell'esposizione personale media del lavoratore in una giornata
lavorativa.
Noi suggeriamo di
campionare le polveri inalabili totali con il metodo gravi
metrico UNICHIM 271/317, che recepisce la norma UNI/CE 481/93. E'
infatti impossibile pensare ad un metodo di campiona- mento e poi di
lettura delle sole fibre di legno. Unica soluzione sarebbe analizzare al
microscopio ottico i filtri, osservando almeno trenta campi ottici per
campione. Anche considerando la somma dei diametri delle fibre viste, la
misura non sarebbe comunque precisa, in quanto le polveri di legno sono
fibriformi e si dispongono di solito nel senso della lunghezza; la somma
dei diametri darebbe dunque una sottostima della polverosità vera.
I campionamenti devono
essere di tipo personale di almeno 240 minuti (metà turno di lavoro). l
filtri utilizzati devono avere un diametro di 25 mm ed essere in fibra
di vetro e non in acetato di cellulosa; quest'ultimo materiale infatti
crea problemi sia al momento della raccolta sia al momento del trasporto
del filtro per l'analisi, per le cariche elettrostatiche che si creano
tra cellulosa e legno stesso, provocando una sottostima della misura. AI
filtro è opportuno anteporre un conetto di riduzione di 6 mm di
diametro. La portata della pompa aspirante, deve essere di 3-3,5 Umin.
Sarebbe opportuno stabilire, almeno a livello nazionale, la metodologia
di campionamento di queste polveri, per avere così dati confrontabili
tra loro ed di conseguenza elaborabili, e per poter costruire curve
dose-effetto attendibili.
Il protocollo di
sorveglianza sanitaria non è specificato dalla legge ed è quindi
lasciata al medico competente la facoltà di scegliere gli accertamenti
che ritiene più opportuno far eseguire.
Abbiamo cercato se in
letteratura erano presenti protocolli di sorveglianza sanitaria di
lavoratori esposti a polveri di legno. L'unico autore che ha seguito nel
tempo un gruppo di lavoratori esposti a tale rischio è stato Macbeth
[12] che, per 20 anni, dal 1968 al 1987, visitò i lavoratori delle
ditte che facevano parte della High Wycombe and District Furniture
Manufacturers' Society. Nel 1968 le ditte erano 35 e i lavoratori circa
5.000 in tutto. Questi lavoratori tendevano a rimanere nella stessa
industria e a specializzarsi in mansioni particolari. Occasionalmente
qualcuno lasciava il lavoro e allora usciva anche dalla sorveglianza
sanitaria. Furono seguiti comunque anche i lavoratori che per anzianità
andavano in pensione. Il protocollo istituito da Macbeth fu il seguente:
visita medica generale, esame spirometrico e visita specialistica
otorinolaringoiatrica annuali ai lavoratori che avevano più di 35 anni
di età e che avevano un'anzianità lavorativa di almeno 5 anni. Gli
scopi iniziali della sorveglianza erano tre: identificare i casi di
tumore allo stadio iniziale, tentare di scoprire i fattori eziologici
del tumore, e rassicurare i lavoratori. Il progetto fu stato realizzato
con fondi privati e del National Health Service. Fino al 1987 furono
identificati 46 casi di tumore e due casi di lesione precancerosa.
Inoltre fu possibile diagnosticare varie patologie a carico del naso e
della gola, che erano sconosciute sia al lavoratore sia al suo medico.
Furono anche dimostrati due casi di tumore delle corde vocali allo
stadio iniziale. L'autore conclude che non è da trascurare il fatto che
ben 537 soggetti ricevettero prima e con rapidità le cure necessarie.
Infine ci fu un imponderabile fattore di rassicurazione.
Ci sembra opportuno
proporre il seguente protocollo di sorveglianza sanitaria:
visita medica generale;
questionario mirato ad indagare i disturbi non solo in senso neoplastico
potenzialmente causati dalle polveri di legno [7,8] e che riassume altri
questionari disponibili in letteratura [5, 13,14]. (riportato alla fine
dell'articolo);
anamnesi lavorativa
accurata: mansione precisa svolta dal lavoratore; anzianità lavorativa
nella ditta e precedenti esposizioni a polveri di legno; presenza di una
possibile esposizione ad altre sostanze che potrebbero causare tumore
dei seni nasali: nichel, cromo, formaldeide;
visita specialistica
otorinolaringoiatrica con rinoscopia delle cavità nasali e dei seni
paranasali per valutare lo stato della mucosa nasale solo in casi
sospetti oppure in soggetti con anzianità lavorativa elevata e con
livelli di esposizione individuale che superano o hanno superato il TLV.
Non riteniamo fattibile inserire nel protocollo di sorveglianza
l'esecuzione della rinoscopia di routine con periodicità annuale poichè,
pur essendo un esame altamente sensibile e specifico per fare diagnosi
di tumore dei seni paranasali, tuttavia è un esame invasivo e
l'incidenza del ricercato è bassissima sia nella popolazione generale
(1:1.000.000) sia nei lavoratori esposti a polveri di legno (0,5:1.000).
Suggeriamo una periodicità annuale per lavoratori sani, e con
prescrizioni particolari da stabilirsi di volta in volta da parte del
medico competente per soggetti che presentano qualche anomalia.
E' importante ricordare
che l'esposizione a polveri di legno non provoca solo neoplasia dei seni
paranasali, ma è responsabile anche di altre patologie non tumorali.
Gli effetti tossici non cancerogeni riportati in letteratura sono:
alveolite allergica
estrinseca, associata alla presenza di antigeni fungini nel legno
manipolato [9],
organic dust toxic
syndrome, definita per la prima volta nel 1986 come una sindrome
simil-influenzale con febbre, astenia, tosse secca, brividi, la cui
severità può costringere il lavoratore a rimanere allettato [8],
asma bronchiale di tipo
allergico associato alla lavorazione di legni tropicali ma anche di
quercia, cedro del Libano, abete californiano e cedro rosso [6],
bronchite cronica, molto
comune nei lavoratori del legno, aggravata dall'abitudine al fumo,
reversibile con la cessazione dell'esposizione [9],
sintomi di irritazione
oculare (bruciore, arrossamento e lacrimazione) [3], sintomi di
irritazione nasale (secchezza, bruciore, rinorrea, raffreddori
frequenti) [3],
dermatite irritativa da
contatto [3], cefalea [3], patologie di tipo allergico come dermatite
allergica da contatto, orticaria da contatto, congiuntivite allergica
[9].
Numerosi autori hanno
dimostrato, negli esposti a polveri di legno, una diminuzione della
clearance mucociliare, la cui entità sembra essere dipendente
dall'esposizione e dall'anzianità lavorativa [2,3,4]. In uno studio
danese è stato dimostrato che la percentuale di soggetti con mucostasi
aumenta in maniera direttamente proporzionale alla concentrazione di
polveri: è presente infatti nel 63% dei soggetti esposti a con-
centrazioni di 25.5 mg/mc e nell'11% di quelli esposti a 2.2 mg/mc [1].
La mucostasi sembra
essere reversibile e la funzione ciliare torna a valori normali durante
il fine settimana, ma ci sono casi di mucostasi persistente.
Lo studio danese [3] non
trae conclusioni sulle proprietà mucostatiche dei diversi legni, ma gli
autori considerano troppo elevato un limite di 5 mg/mc, dal momento che
un numero di soggetti non trascurabile ha mucostasi se esposto ha meno
di 5 mg/mc. Si sostiene inoltre che una diminuzione della funzione
mucociliare possa giocare un ruolo importante nello sviluppo dell'adenocarcinoma
nasale nei lavoratori del legno, a causa della conseguente prolungata
ritenzione delle polveri di legno nella cavità nasale.
Per quanto riguarda I'adenocarcinoma
dei seni paranasali, alcuni autori hanno anche cercato di stabilire
degli indicatori biologici di danno precoce, ma i risultati non
hanno dato conclusioni soddisfacenti.
E' stato indagato il
proto - oncogene - gene K-ras, la cui mutazione è comune in molti
adenocarcinomi umani in diverse sedi. Lo studio di Saber [18] ha dato
risultati inconsistenti per l'esigua numerosità del campione e per aver
trascurato fattori di confondimento come il fumo. Un altro studio aveva
addirittura dimostrato che le mutazoni dei geni della famiglia Ras non
sono associati con l'esposizione a polveri di legno [17]. Altri autori
hanno indagato la frequenza di rotture del DNA di linfociti di falegnami
e la conseguente capacità di riparazione del DNA [15, 16]: purtroppo
questo tipo di danno è causato da molte altre sostanze e quindi non è
un indicatore specifico. Infezioni del tratto respiratorio superiore,
asma bronchiale, riniti allergiche e non sono molto comuni nei voratori
del legno. Questo può essere dovuto ad una aumentata suscettibilità a
noxae aeree e all'alterata clearance mucociliare nasale. Queste
patologie assieme a traumi nasali, sinusite cronica e polipi nasali sono
state considerate come fattori predisponenti per l'insorgenza di cancro,
ma tali osservazioni non sono state confermate da molti studi [21].
Possiamo concludere che
non esistono sicuri marcatori per il tumore dei seni paranasali e
nemmeno patologie predisponenti, ma deve essere comunque prestata
maggiore attenzione ai soggetti affetti dalle malattie sopra citate e
con una positività anamnestica riscontrata durante l'esecuzione del
questionario.
TABELLA I
Nomenclatura di alcuni softwood e hardwood
SOFTWOOD
Abete bianco, Cedro,
Cipresso, Larice, Abete rosso o canadese, Pino sivestre, Pino insigne,
Pino pece, Abete di douglas, Ginepro, Thuya, Helmock
HARDWOOD
Acero, Betulla, Iroko,
Faggio, Castagno, Frassino, Noce, Platano, Pioppo, Ciliegio, Salice,
Olmo, Quercia, Iroko, Ebano, Mogano africano, Afrormosia, Mansonia,
Teak, Limba, Meranti, Palissandro
Da IARC Monograph n.62/95
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